Il corpo prende la parola

Primo piano

Ci sono mostre che entrano in punta di piedi e poi, senza chiedere permesso, restano addosso. “L’Albero del Pane. Identità e metamorfosi del corpo delle donne”, progetto di Sabina Zocchi – in arte SBI – appartiene a questa specie rara: non urla, ma sa perfettamente come farsi ascoltare. L’ho incontrata in uno spazio off bolognese, uno di quei luoghi dove l’arte non deve ancora rispondere alle buone maniere del sistema. Niente solennità da museo, nessuna distanza intimidatoria: qui le opere sembrano respirare accanto a chi guarda. E, soprattutto, sembrano guardarlo a loro volta.

Dipinto di SBI per “L’Albero del Pane”


Sabina Zocchi nasce ritrattista. Per anni il suo territorio è stato il volto, la fisionomia, quel piccolo teatro di linee e ombre dove ciascuno prova a somigliarsi. Poi arriva una scoperta apparentemente minima: nei social, nelle riviste, nelle immagini online, sempre più donne si fotografano nascondendo il viso, tagliandolo fuori, cancellandolo. Da qui la domanda che accende la mostra: può il corpo diventare identità anche quando il volto si ritrae? La risposta non è teorica, ma visiva, materica, quasi fisica. Nei busti, nelle carte, nelle silhouette trasparenti, nelle maschere per il corpo, SBI costruisce un atlante femminile senza volto eppure pieno di presenze. Le sue Giganti, immagini stampate in formato 70×100, alzano letteralmente la voce attraverso la postura. Non hanno bisogno di occhi per dichiararsi. Resistono e, assertive, occupano lo spazio.

Dipinti di SBI per “L’Albero del Pane”

Il titolo, L’Albero del Pane, introduce una metafora generosa: il corpo femminile come radice, fronda, tronco, nutrimento, forza. Un corpo accogliente e protettivo, ma anche rumoroso, vitale, fruttifero. Non corpo-oggetto, ma corpo-soggetto. Tra le opere più intriganti ci sono le Secret boxes, piccoli cofanetti che si aprono come libri e custodiscono assemblaggi di colori, texture, frammenti. Soo dispositivi seduttivi e insieme scomodi: attirano lo sguardo, ma subito lo mettono sotto accusa. Siamo spettatori o intrusi?

Dipinto di SBI per “L’Albero del Pane”

La mostra dialoga anche con parole femminili: Rossana Rossanda, Veronique Jephtas, Roberta Scorranese. La voce non accompagna semplicemente l’immagine: la attraversa, la amplifica, la rende corale. Il risultato è una mostra intelligente, sensibile, felicemente irregolare. Una riflessione sul corpo delle donne che non si accontenta di denunciare, ma prova a riscrivere. Perché il corpo, qui, non è una superficie da giudicare. È una pagina viva. E finalmente, senza volto, riesce a farsi vedere meglio.

N. Z.