L’essenza del lusso interiore

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In un’epoca dominata da velocità e rumore, la fotografia di Anna Caterina Masotti è un invito a fermarsi, a respirare, a guardarsi dentro. L’abbiamo incontrata durante la sua ultima mostra negli splendidi spazi di Palazzo Tubertini a Bologna. Eden. Il Giardino dell’anima è un progetto inedito che, sotto il patrocinio di Azimut nell’ambito di Art City durante Arte Fiera 2026, celebra la forza quieta dell’universo femminile attraverso diciassette opere (un numero simbolico), evocazione di speranza, trasformazione e immortalità dell’anima.

Eden. Il Giardino dell’anima; opera stampata su chiffon di seta con ricamo in filato lurex

Nata a Bologna negli anni ’70, Masotti eredita dalla madre Olga, stilista visionaria, una passione precoce per l’obiettivo. Fin da bambina cattura fiori e paesaggi, trasformando l’atto fotografico in un rituale intimo. La nonna Ada Masotti, fondatrice del marchio di lusso La Perla, le trasmette l’amore per i tessuti e il ricamo. Oggi il suo linguaggio in bianco e nero – dai contrasti drammatici, quasi tattili – esplora gli ossimori della natura. L’effimero che si fa eterno, il buio che prelude alla luce, la fragilità che rivela potenza.

Eden. Il Giardino dell’anima

Dopo i successi dell’installazione alla Cripta di San Zama, delle mostre A Single Moment (esposta a Bologna e a Reggio Emilia durante la Fotografia Europea) e Thea Maris. Risonanze del Mare (a Bologna e a Maratea), arriva questo nuovo capitolo. Eden. Il Giardino dell’anima non è una sequenza di stampe: è un percorso esperienziale, raccontato con il testo di Benedetta Donato – critica sensibile al poetico – e organizzato da Laura Frasca, art manager dell’artista. Diciassette fotografie fine art, in grandi formati stampati su chiffon di seta dove spiccano lievi ricami a mano color oro che rendono l’opera un pezzo unico. Immagini che catturano giardini interiori, foglie venate come mappe dell’anima, fiori che sbocciano nel crepuscolo. La luce filtra come un sussurro, modellando ombre che evocano volti femminili in metamorfosi: donne che emergono dal terreno, petali che si aprono come ferite rigenerate, rami intrecciati in abbracci primordiali.

Eden. Il Giardino dell’anima; opera stampata su chiffon di seta con ricamo in filato lurex

Qui, l’universo femminile non è stereotipo romantico, ma forza tellurica. Anna Caterina ritrae l’evoluzione interiore – il diciassette come cifra alchemica di crescita, libertà, desiderio realizzato – in un dialogo tra macro e paesaggio. Una foglia umida riflette l’infinito, un giardino al tramonto diventa metafora di rinascita. Il bianco e nero amplifica la sostanza: contrasti netti che isolano l’essenziale, trasformando il visibile in veicolo per l’invisibile. Come nota Donato, è “un procedimento di appropriazione concettuale”: la fotografa si riappropria di affetti e spazi cari, delineando paesaggi dal buio alla luce. Masotti incarna l’essenza del lusso interiore: non ostentazione, ma essenza distillata. Le sue stampe, disponibili in tirature limitate, dialogano con interiors sofisticati – perfette per chi cerca arte che sussurri storie personali.

Eden. Il Giardino dell’anima

Come è nata la sua passione per la fotografia e quali esperienze formative l’hanno portata a sviluppare il suo stile unico?
La mia passione per la fotografia nasce da molto lontano, dalla mia infanzia. Da bambina osservavo tutto con uno sguardo silenzioso e curioso, specialmente mia madre Olga. Andavo da lei nella azienda di famiglia (La Perla, fondata da mia nonna Ada) e guardavo con grande interesse le fotografie realizzate per le sue campagne pubblicitarie. Così come guardavo le sue operaie tagliare ricamare cucire… Ero poi affascinata da fotografi che lavoravano il b/n come materia poetica: come Francesca Woodman, Mario Giacomelli, Duane Michals. Allo stesso modo guardavo il cinema come fonte di ispirazione: registi come Lynch, Tarkovsky, Bergman, Kubrick, tra i miei preferiti, avevano il potere di rendere il quotidiano straordinario e di trasformare la luce e l’ombra in emozioni e sogni. Non sapevo ancora cosa mi colpisse nella loro arte, ma sentivo che dentro quelle immagini vi era una dimensione sospesa, quasi magica. Assieme alla macchina fotografica, la prima era una Olympus XA, facevo anche moltissime riprese con una telecamera Sony che mi regalò mia nonna. Ho sempre continuato a fotografare e riprendere negli anni successivi, ma non ho mai pensato a condividere le mie fotografie. Il vero passaggio consapevole alla fotografia è arrivato in due momenti distinti: nel 2010 dopo una visita di routine agli occhi che mi ha messo di fronte ad ad una realtà che mai avrei immaginato, la mia vista era compromessa e se non mi fossi operata da li a poco avrei potuto concretamente perdere totalmente la vista. E successivamente, e definitivamente, nel 2018 quando ho incontrato una persona che mi ha letteralmente cambiato la vita.

Thea Maris. Risonanze del Mare

Come ha influenzato sua madre Olga, stilista internazionale di grande talento, il suo approccio alla fotografia fin dall’infanzia?
Mia madre ha avuto un ruolo fondamentale nel mio approccio alla fotografia senza rendersene conto. Mamma Olga è stata la vera ed unica anima della nostra azienda. La sua mano creativa trasformava ogni capo in qualche cosa di unico, proprio come un’opera, un pezzo unico, mantenendo sempre armonia e raffinatezza. Aveva una visione chiara e sofisticata e profondamente innovativa. E’ stata la figura chiave che ha trasformato il settore della lingerie e dei costumi da bagno ridefinendo i codici estetici e lasciando una eredità duratura. Da piccola osservavo il suo modo di guardare le cose, di disegnare, la dolcezza e la cura con cui notava dettagli che ad altri sfuggivano, la sua capacità di fermarsi e apprezzare la bellezza nelle piccole cose. Da lei ho anche imparato l’arte del ricamo e della leggerezza nei dettagli. Una delicatezza sempre sussurrata mai urlata. Quando fotografo cerco di catturare non solo quello che vedo ma quello che sento. Un modo di guardare che sento di aver ereditato da lei.

Eden. Il Giardino dell’anima; opera stampata su chiffon di seta con ricamo in filato lurex

Può raccontarci il processo creativo dietro l’intervento nella Cripta di San Zama, e cosa ha significato per lei trasformare uno spazio sacro in un’opera contemporanea?
Il mio lavoro alla Cripta è nato come un dialogo con lo spazio stesso. La luce tenue, le colonne e l’atmosfera spirituale sono parte integrante dell’opera. L’atmosfera raccolta entra in relazione con le immagini amplificando la percezione di sospensione del tempo e intensità emotiva. In questo modo l’opera non è semplicemente esposta ma nasce dal confronto dello spazio e della sua storia. Lavoro sempre site-specific quindi ogni gesto nasce dall’ascolto del luogo. Creare un ponte tra passato e presente rispettando la memoria del luogo, rendendo visibile ciò che solitamente resta nascosto.

La cripta di San Zama

I Bagni di Mario rappresentano un dialogo affascinante tra storia e modernità: quali sfide ha affrontato nel rileggere questo luogo termale attraverso la sua lente artistica?
Thea Maris è stata una piacevole sfida: ho dovuto confrontarmi con la sua architettura, la memoria dei gesti e degli spazi e trovare un modo per far dialogare le mie opere con questa storia. L’obiettivo era reinterpretare poeticamente lo spazio trasformandolo in un ambiente dove passato e presente, corpo e memoria, si incontrano in una esperienza immersiva. L’umidità sfiorava le opere e i video proiettori che proiettavano in videomapping, creando anche qualche difficoltà tecnica, ma questo non mi ha fatto mai indietreggiare. Ciò che accade in quel contesto, ciò che si modifica in quel contesto, rende il lavoro ancor più stimolante. Mi piace che ci sia un vero dialogo con l’ambiente, così come è stato per Single Moment. Lavorare in questa modalità significa ascoltare lo spazio, l’acqua, la pietra e la luce filtrata, trasformando il luogo termale in una esperienza contemporanea e poetica, sospesa tra reale ed onirico.

Thea Maris. Risonanze del Mare

Dopo i successi con la Cripta e i Bagni di Mario, come è evoluto il suo approccio all’arte site-specific, e quali lezioni ha tratto da questi progetti?
Con Eden ho cercato di andare oltre. Non solo si tratta di osservare e interpretare il luogo, ma di creare un ecosistema sensoriale in cui il visitatore può perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo. Ho cercato di evocare una bellezza silenziosa, un luogo in cui riscoprire la connessione profonda tra noi stessi e la natura. Dove l’esperienza estetica diventa un invito a riflettere, sentire e ricordare la nostra appartenenza a un tutt’uno più grande.

Thea Maris. Risonanze del Mare

Quali temi ricorrenti emergono nella sua ricerca artistica, e come si collegano alla sua visione del corpo, dello spazio e della memoria?
Nella mia ricerca emergono temi ricorrenti come la memoria, il corpo e la relazione profonda con lo spazio. Il corpo per me non è mai solo presenza fisica, ma traccia, eco, fragile confine tra visibile e invisibile. Le mie figure assumono pose quasi sempre statuarie che ricordano archetipi e sculture antiche, il corpo diventa simbolo memoria e testimonianza. Lo spazio diviene un organismo vivo che respira e assorbe le opere. Mi interessa il dialogo tra materia e memoria: ogni luogo custodisce stratificazioni emotive che cerco di far emergere attraverso immagini sospese mai completamente definite. La mia visione unisce questi elementi in una esperienza in cui il corpo abita lo spazio e lo spazio conserva la memoria, creando una dimensione poetica in cui passato e presente convivono. Nelle mie opere le cicatrici, le ferite sono cuciture: un gesto che non cancella lo strappo ma lo rende visibile. Molti dei dolori da cui nasce il mio lavoro affondano nelle relazioni familiari, in figure a cui avevo affidato fiducia e credito. La ferita più profonda è spesso la frattura della fiducia. Attraverso il gesto del cucire trasformo il trauma in un linguaggio: le cicatrici restano ma diventano possibilità di consapevolezza e relazione. Accanto ad esse emergono anche segni più lievi e morbidi, la possibilità di trasformazione e di nuova narrazione.

Thea Maris. Risonanze del Mare

Per Eden. Il Giardino dell’anima a Palazzo Tubertini in occasione di Art City, quali elementi dell’edificio storico ha deciso di valorizzare e come li ha integrati nella sua installazione?
Lo spazio di Palazzo Tubertini, sede di Azimut che ha patrocinato l’evento, non è stato semplicemente un contenitore, ma un elemento attivo del percorso espositivo. Le ampie vetrate in ferro battuto, le colonne decorate e il soffitto che richiama l’architettura di una serra o di un giardino d’inverno hanno dialogato con le mie opere e con il tema del giardino interiore, creando una atmosfera sospesa tra interno ed esterno che amplifica il senso di accoglienza e di immersione nella natura e nella memoria. Questi dettagli architettonici hanno contribuito a trasformare la sala principale in un vero “giardino d’inverno” poetico dove la natura e il corpo si ascoltano in silenzio. Una esperienza immersiva in cui architettura, luce, musica (rielaborata appositamente inserendo in un brano di Max Richter sonorità della natura) e arte contemporanea si intrecciano. Per immergere lo spettatore nel mio giardino ho creato personalmente e diffuso nell’ambiente una essenza composta da olii di piante e fiori tipici dei giardini liberty. Mi piace stimolare più sensi contemporaneamente. Il mio lavoro si concentra molto su questo aspetto.

Eden. Il Giardino dell’anima a Palazzo Tubertini

Perché ha scelto il bianco e nero con contrasti drammatici per esplorare gli ossimori della natura?
Per me il b/n è un linguaggio essenziale e assoluto. Eliminando il colore porto l’immagine a una dimensione più simbolica: luce e buio, presenza ed essenza, effimero ed eterno. La natura stessa è fatta di ossimori e il b e n mi permette di rendere visibile questa tensione. Il buio non è mai oscurità ma preludio di luce. L’ombra diventa spazio di attesa, di rivelazione. Nelle 17 opere questo linguaggio amplifica quello che chiamo i “giardini interiori”: paesaggi dell’anima, luoghi intimi in cui lo spettatore può riconoscere le proprie fragilità e le proprie rinascite. Il contrasto forte non divide ma unisce gli opposti rendendo l’immagine un varco tra ciò che è temporaneo e ciò che resta.

Eden. Il Giardino dell’anima

Come descriverebbe il rapporto tra la sua arte e il contesto bolognese?
Il rapporto tra la mia arte e il contesto bolognese è profondo e intimo. Bologna, oltre ad essere la mia città di origine e città del cuore, con le sue strade, le piazze antiche e i suoi spazi culturali è stata un terreno di formazione e osservazione. La città offre una combinazione unica di storia, vivacità e respiro poetico che ha influenzato il mio modo di pensare e di sentire lo spazio e il corpo. Ho realizzato diversi progetti nella mia città che è ricca di luoghi estremamente adatti alla mia ricerca site specific, in spazi che dialogano naturalmente con il mio linguaggio.

Thea Maris. Risonanze del Mare

In che modo i suoi successi hanno influenzato la sua pratica artistica?
Numerosi e inaspettati devo dire, e ne sono profondamente grata: mi hanno dato maggior consapevolezza e libertà nella mia pratica artistica. Mi hanno permesso di approfondire la dimensione site specific e dialogare con spazi sempre più complessi. Allo stesso tempo hanno aperto nuove collaborazioni sia con curatori che con realtà istituzionali e tecniche arricchendo il mio lavoro di competenze e sguardi differenti. Per me ogni collaborazione è uno scambio vivo. Non cambia la mia identità artistica ma la amplia.

La cripta di San Zama

Quali artisti o influenze del passato continuano a guidare il suo lavoro?
Il Maestro Ezio Bosso. L’incontro con Ezio è stato fondamentale. Se oggi faccio questo lavoro, che amo profondamente, è grazie a lui. Ezio mi ha dimostrato il coraggio di trasformare la fragilità in forza creativa. Mi ha incoraggiato ad essere una donna realmente libera (spesso pensiamo di essere libere ma non lo siamo davvero), mi ha insegnato il valore dell’ascolto e della disciplina unita alla sensibilità. Mi ha trasmesso l’importanza della intenzione e della passione, del creare con verità, senza paura. Dell’importanza di elevarsi. Di andare oltre i limiti. La sua visione mi ha accompagnata nel comprendere che l’arte non è solo estetica ma responsabilità emotiva. Questo insegnamento continua a orientare il mio modo di creare.

Eden. Il Giardino dell’anima; opere stampate su chiffon di seta con ricamo in filato lurex

Guardando al futuro, quali sono i prossimi progetti che la entusiasmano di più?
Il futuro lo vedo accanto alle mie figlie nel desiderio profondo di condividere con loro il tempo nella sua quotidianità e nella sua intensità. Questo legame spesso entra nei miei progetti: in diversi scatti è presente mia figlia maggiore. Non come soggetto qualsiasi, ma come presenza viva e significativa. La maternità per me non è separata dalla ricerca artistica: è uno spazio emotivo unico, che nutre il mio sguardo e il mio lavoro. Desidero continuare a creare senza perdere questa prossimità, abitare un tempo più consapevole, in cui vita e pratica artistica non siano in conflitto ma in dialogo. Poi c’è il desiderio di portare la mia ricerca oltre i confini che ho finora attraversato. Continuo a cercare luoghi con una forte identità, spazi che possano entrare in relazione viva con le mie opere. Il mio lavoro sta andando verso una dimensione sempre più immersiva ed essenziale in cui chi entra potrà immergersi in qualcosa di profondamente interiore. Desidero creare esperienze che avvolgono e coinvolgono senza sovrastrutture, capaci di parlare direttamente al corpo e all’emotività di chi guarda.

www.annacaterinamasotti.com

Donatella Luccarini