Arkeo dona anima alla materia
Ci sono artisti che modellano forme e artisti che risvegliano presenze. Arkeo appartiene alla seconda categoria: scultore di anime prima ancora che di metalli, creatore di figure sospese tra memoria e futuro. Le sue opere nascono da materiali dimenticati, utensili consumati dal tempo, frammenti di storie perdute. Ma nelle sue mani si trasformano in creature luminose, esseri archetipici che sembrano emergere da un altrove remoto e silenzioso.

La sua scultura è un atto di rinascita. Ogni pezzo attraversa una metamorfosi: ciò che era oggetto si fa simbolo, ciò che era materia diventa identità. Le figure di Arkeo, essenziali, verticali, quasi ascetiche, raccontano l’uomo nella sua fragilità e nella sua forza, nel suo bisogno di radici e nella sua tensione verso la luce. Negli ultimi anni, l’artista ha lasciato un segno nel panorama contemporaneo, con mostre che lo hanno portato da Venezia a Bologna, da musei storici a spazi indipendenti. Ovunque, le sue sculture hanno dialogato con l’architettura, con la storia, con lo sguardo dello spettatore.

Il 5 dicembre 2025, Arkeo ha ricevuto un riconoscimento che segna una nuova tappa della sua carriera: il Premio Modigliani, uno dei più prestigiosi riconoscimenti per gli artisti contemporanei. Questo premio celebra la sua capacità unica di trasformare la materia in simbolo e di donare nuova vita a ciò che il tempo aveva quasi dimenticato. L’artista non costruisce solo forme: costruisce ponti. Tra passato e presente, tra memoria e futuro, tra ciò che appare e ciò che resta nascosto. Il suo lavoro ci ricorda che anche la materia più umile può custodire un’anima, se qualcuno è disposto ad ascoltarla. Lui non ama apparire, preferisce farsi conoscere attraverso le sue opere, per saperne di più lo abbiamo incontrato.

Arkeo, la sua scultura è un atto di metamorfosi: come descriveresti il processo che trasforma un materiale “dimenticato” in una figura viva e significativa? L’artista scultore, maggiormente se utilizza materiale metallico riciclato, per trasformare elementi basici in una figura plastica si trova a compiere le stesse azioni e lo stesso rituale disciplinato dal processo alchemico: dalla scelta del materiale abbandonato, arrugginito e danneggiato (stadio di putrefazione), alla pulizia, esposizione al fuoco e spazzolatura (stadio di purificazione), alla ricomposizione della materia fino alla creazione della figura (stadio di sublimazione). Nell’ultimo stadio, quello creativo, l’artista raggiunge la propria sublimazione, diventando quindi una sorta di demiurgo moderno. Attraverso poi la tecnica, la poetica e la sensibilità si cerca di raggiungere il risultato voluto e, se mai, il riconoscimento del pubblico (che non sempre è scontato).


C’è un momento preciso in cui ha capito che l’arte sarebbe stata la sua strada? Sì, provenendo da un’attività lavorativa manageriale, quella che era inizialmente solo una passione (l’attività scultorea) esercitata solo per me stesso si è progressivamente trasformata in una vocazione: la necessità di comunicare a un pubblico di trasmettere qualcosa attraverso la mia scultura. Ho abbandonato il mio lavoro precedente per dedicarmi interamente a questo.
Le sue opere sembrano raccontare storie silenziose e senza tempo. In che modo il passato e la memoria influenzano il suo lavoro? Sì, ritengo che i miei figuri non abbiano tempo: sono retaggi delle mie fantasie con contaminazioni sia preistoriche che potenzialmente futuristiche. Lo studio dell’archeologia rupestre o arte preistorica mia ha portato a trovarmi spesso in anfratti e caverne. In questi luoghi del silenzio, dove passato e futuro si confondono, tra espressioni schematiche ed elementi figurativi spirituali, la mia fantasia si accende fortemente, trasformandosi in vera fonte d’ispirazione.
Recentemente ha vinto il Premio Modigliani. Come si sente a ricevere un riconoscimento così prestigioso? All’inizio crei e comunichi per te, poi ti trovi a creare e comunicare per te e per altri. La bilancia della comunicazione unita a un pizzico di autostima ti porta a confrontarti con altri comunicatori. Vincere la Biennale delle Arti della Fondazione Modigliani mi dice che il mio messaggio è in sintonia col pubblico, che ARKEO è figlio del proprio tempo. Che probabilmente vale la pena continuare.

La scrittrice e poetessa Dacia Maraini a una mostra di Arkeo
Molti dei suoi lavori sono realizzati con materiali che portano con sé una storia, come vecchi utensili o frammenti di altri oggetti. Cosa rappresenta per lei il riuso di questi materiali? Il materiale riutilizzato è alla base della mia espressività e ne ingloba spesso il significato. Il metallo infatti mi riporta all’origine della civiltà, l’età del ferro. La forza dell’elemento che costituisce la struttura ed il processo di fusione che ne identifica alchemicamente la vita. Il metallo levigato e verniciato con cura, oltre al legno pregiato antico, ha lo scopo di trasmettere energia naturale e calore, ingentilendone la percezione delle forme.

Le sue sculture sono spesso descritte come “essenziali” e “verticali”. C’è una simbologia particolare dietro la scelta di queste forme, o è un aspetto che nasce dal processo creativo? La ricerca di strutture esili, essenziali, attraversate da luce ed aria sono la risultante del linguaggio di ARKEO. Lo spazio deve essere disegnato senza riempirlo, il messaggio poetico a volte commovente deve privarsi del superfluo, deve materializzarne l’anima.
Ha mai sentito una connessione particolare con uno dei suoi lavori, come se avesse risvegliato qualcosa di più profondo, quasi un’anima? A volte accade la connessione… sì, quando il tuo figuro risulta più vivo e presente della tua stessa immaginazione, o come nel caso dell’opera “In speculo”, dove la ricerca per raggiungere un risultato si è trasformata in un teatro dello spazio dove realtà e finzione si mescolano in archetipi universali.

Nel panorama dell’arte contemporanea, come vede il suo lavoro in relazione alle tendenze più moderne e alle sfide del nostro tempo? Vedo che le mie opere vengono apprezzate dal pubblico. I miei figuri sono riconoscibili e con sembianze umanoidi e robotiche. Hanno la presunzione di avvicinare la tecnologia all’uomo, a renderla più familiare, più accessibile… il messaggio è attuale. ARKEO è figlio del proprio tempo.
Molti artisti parlano della solitudine e del silenzio come parte del loro processo creativo. Per lei, quali sono gli elementi fondamentali per riuscire a “sentire” la materia e lavorare con essa? La materia plasmata è finalizzata a un risultato. La ricerca di dare anima a metallo riciclato si basa su elementi come calore, luce ed amore.
Quali sono i suoi progetti futuri? C’è qualcosa che sta cercando di esplorare o scoprire nel prossimo capitolo della sua carriera? I miei figuri sono giovani nel panorama artistico, devono ancora raccontarci molte e molte storie. Non sono alla ricerca né sento il bisogno di un cambiamento espressivo, anche se non ne sarei impaurito; credo comunque che il vero artista sia solo un privilegiato strumento di comunicazione universale e pertanto certamente predisposto a trasmettere nuovi linguaggi.
Donatella Luccarini
