La scultrice che sublima ferite in mito

Arte, CULTURE, INTERVIEW, Primo piano, Scultura

Malisa Catalani, nata a Roma e bolognese d’adozione dal 2010, trasforma in bronzo eterno le
lacerazioni della vita. A partire da Norma (nel Lazio), tra templi e silenzi, fino a Bologna, il suo
percorso celebra il senso di resilienza. Le sue sculture raffigurano corpi femminili attraversati da crepe
dorate, secondo il principio del ‘kintsugi’ giapponese, rielaborando esperienze di frattura e guarigione in
una narrazione intima e simbolica.

Figlia di una madre artigiana, esperta nel ridare vita a oggetti rotti, e di un padre custode di beni
culturali, Malisa modella i materiali fin da bambina tra musei e laboratori domestici. Dopo anni
itineranti tra Milano, Montecarlo, Genova, Canada e Stati Uniti, Bologna segna una svolta nel suo
percorso. Qui, il tornio diventa centro esistenziale, e l’argilla gira come la vita, imponendo equilibrio e
ritmo. La sua formazione avviene a Faenza, patria della ceramica, dove la scultrice sperimenta materiali
come resina, tessuti, smalti e bronzo, intrecciando varie fasi della tradizione scultorea, dal
neoclassicismo fino all’arte urbana.

L’artista Malisa Catalani

Il kintsugi diventa per lei cifra poetica: Malisa Catalani non nasconde le rotture, bensì le esalta. «Nella
vita si può cadere e rompersi: siamo il risultato delle esperienze», spiega l’artista. I suoi corpi
frammentati trasformano dolori personali in apparizioni mitologiche, creando sculture tattili, luminose
e cariche di tensione. Tra le sue principali mostre si segnalano I corpi di Ellis (2023), Rebirth (2024), Elsa (2025) e UNHUMAN (2026) alla SimonBart Gallery di Bologna, mostre che l’hanno consacrata come una scultrice capace di fondere culture, elevando lo stato intimo allo stato collettivo. Secondo l’artista, l’arte è stata in grado di curarla dal proprio mondo interiore, trasformando l’effimero in qualcosa di eterno. Anche critica e pubblico hanno risposto con entusiasmo.

Allestimento della mostra UNHUMAN alla SimonBart Gallery

In UNHUMAN, Catalani presenta diciotto bronzi che sfidano il modello chiuso del corpo. Fra questi
Afrodite con ali, Artemide, Gea, Rinascita con ali, Frammenti con ali e Butterfly. Ibridi vulnerabili e potenti,
segnati da cicatrici ed energie interne. «Mostro cicatrici e fragilità», spiega l’artista che trasforma la carne in armatura metamorfica. Le sculture invitano al tatto: crepe dorate pulsano di vita post-umana, mentre farfalle e ali simboleggiano rinascita, elevazione dal dolore. Influenzata dai suoi viaggi e dall’uso di materiali translucidi, la scultrice indaga il corpo femminile come una superficie fragile e in continua ridefinizione: le fratture interrompono l’idea di perfezione formale della tradizione classica, mentre la luce contribuisce a modificarne la percezione. Le sue opere si collocano così in un dialogo tra riferimenti alla scultura figurativa e una sensibilità pienamente contemporanea. Con UNHUMAN, Catalani e SimonBart Gallery confermano la loro capacità di creare dialoghi tra passato e attualità, tra mito e realtà, tra corpo e materia, invitando il pubblico a esplorare l’arte come esperienza sensibile e trasformativa.
L’abbiamo incontrata in galleria, un’occasione per conoscerla da vicino e farci raccontare il suo
percorso artistico.

Conferenza stampa UNHUMAN di Malisa Catalani alla SimonBart Gallery p.zza Cavour 6/E Bologna

La sua formazione nelle botteghe, come quella a Faenza, come ha influenzato il suo approccio alla scultura e alla materia? I miei insegnanti sono stati Rosa Bagnaresi e Paolo Gualandi: con loro ho fatto le mie prime esperienze con l’argilla e, nel contesto della mia formazione presso le botteghe di Faenza, ho poi approfondito le tecniche di lavorazione della ceramica. Dalla ceramica il mio amore si è trasferito alla fusione a cera persa in bronzo, tecnica che parte sempre da una base in argilla.

Perché ha scelto il corpo umano come protagonista delle sue opere come è cambiata
questa visione da I corpi di Ellis a Rebirth, da Elsa fino a UNH
UMAN? Il corpo umano rappresenta la nostra essenza: io volevo che le mie opere rappresentassero la concretezza di ciò che siamo. I miei corpi, all’inizio, erano corpi “rotti” perché avevano subito un processo, ovvero un’esperienza. Da questo processo si è arrivati poi ad “unhuman”, ma partendo comunque da un corpo “rotto”. La vita spesso ci frantuma: durante la nostra esistenza possiamo cadere, anche molte volte, e romperci (per un amore fallito, una delusione lavorativa, per un esame andato male, una malattia o un abbandono). Ci spezziamo e, solo attraverso la nostra energia e la nostra voglia di vivere, dando “uno schiaffo alla vita”, possiamo rinascere verso una vita nuova. Proprio da qui nasce “unhuman”: andare oltre le fattezze umane
mantenendo la propria “umanità”. Le mie figure sono quindi diventate qualcosa che si evolve in
luce, andando oltre il dolore, oltre le fratture, oltre le cicatrici. Non hanno messo le ali per
rinascere, ma sono andate in un’altra dimensione che non ha più nulla di doloroso, diventando
qualcosa di diverso, quasi sospeso tra realtà e trasformazione.

Lei ha lavorato con argilla, bronzo e materiali sperimentali come resina e tessuti:
come questi elementi hanno contribuito a rendere il corpo instabile, metamorfico e
plastico?
Adoro sperimentare con vari materiali. Ho iniziato con l’argilla e poi sono passata ai tessuti
perché volevo dare una morbidezza alla rigidità dell’argilla. Ho lavorato la ceramica e anche la
resina, per poi tornare nuovamente ai tessuti, indurendoli ma allo stesso tempo conferendo
quell’effetto di morbidezza, perché volevo che i corpi fossero avvolti da qualcosa di soffice. In
generale si tratta di sperimentazioni che porto avanti nel mio laboratorio, dove mi piace
modellare la materia e combinare tra loro materiali differenti. Mi piace lavorare in questo modo
perché è come se infondessi vita alle opere, non utilizzando necessariamente sempre lo stesso
materiale, ma scegliendo soluzioni diverse per ottenere risultati e rifiniture differenti.

Quando ha capito che il bronzo poteva trasformare le sue esperienze personali in
sculture tattili e luminose?
Il bronzo è un materiale nobile. Io volevo dare nobiltà a questi corpi ed è per questo che l’ho scelto, per rappresentare ricchezza, classicità, eleganza e resistenza. Il bronzo è un materiale che può deformarsi senza rompersi, proprio come i miei corpi, che sono nati per trasformarsi e non spezzarsi. Ho capito di voler utilizzare il bronzo proprio quando ho colto la differenza di
resistenza rispetto all’argilla.

Come nasce il suo concetto di “Aesthetic Flow” e in che modo si riflette sulle
superfici dei bronzi di UNHUMAN?
La vita è qualcosa che si muove continuamente e lo fa in modo sinuoso, proprio come il corpo di una donna. Il corpo può essere morbido, rotondo, attraversato da movimenti e variazioni che ne definiscono la vitalità. Trasmettere tutto questo attraverso il bronzo non è stato semplice, perché si tratta di un materiale rigido; è quindi grazie alla plasticità dell’argilla che riesco a
costruire forme capaci di restituire una sensazione di morbidezza, rendendo il bronzo quasi
vellutato alla vista e al tatto.

In UNHUMAN, come ha reinterpretato figure classiche come Afrodite, Artemide e
Gea, trasformando ferite e imperfezioni in simboli universali di resilienza?
L’ho fatto plasmando il corpo delle donne. Ho scelto di non rappresentare corpi perfettamente aderenti agli assurdi canoni estetici a cui siamo abituati oggi, ma ho scelto corpi reali, con le loro morbidezze e segni che raccontano l’esperienza vissuta. Il mio intento è ricostruire una fisicità credibile, capace di trasmettere presenza e autenticità. In questo senso mi interessa recuperare un’idea di corpo che abbia peso, volume e vitalità, in dialogo con una lunga tradizione della scultura figurativa, senza però inseguire modelli ideali o standardizzati.

Se dovesse scegliere un bronzo di UNHUMAN come manifesto della sua poetica,
quale sarebbe e perché?
Sceglierei assolutamente Gea, perché rappresenta in modo emblematico il corpo sinuoso della donna. Lo stesso nome ‘Gea’ richiama la figura della ‘Madre Terra’: una figura generatrice e
accogliente, capace di mantenere una forza vitale profonda. In questa scultura convivono
vulnerabilità e resistenza.

In sculture come Frammenti con ali e Butterfly, come ha lavorato su torsioni, patine e
dettagli per trasmettere la tensione tra fragilità umana e forza sovrannaturale?
In riferimento a Butterfly, questo aspetto emerge chiaramente attraverso la frammentazione del corpo. La figura è priva di testa e di piedi, appare incompleta e segnata da rotture, ma proprio attraverso le ali conserva una forte identità femminile e una presenza armonica. La frammentazione non coincide con una perdita di bellezza, ma diventa una condizione attraverso cui il corpo continua a esprimere forza ed equilibrio. Un principio analogo si ritrova anche in Frammenti con ali, dove il corpo è attraversato da fratture e trasformazioni che ne modificano la forma senza annullarne la vitalità. In entrambe le opere il corpo femminile viene rappresentato come una realtà capace di resistere agli stravolgimenti e di mantenere dignità, eleganza e valore estetico anche nei momenti di crisi.

Perché ha realizzato una scultura dedicata a Maria Antonietta e come si inserisce nel
suo percorso artistico?
Volevo dare una voce a questa donna. Maria Antonietta è stata considerata per molto tempo ‘la carnefice sul trono’, colei che guardava al popolo con distacco e totale indifferenza.
Successivamente, la storia ci ha restituito una lettura più complessa di questa figura,
permettendoci di riconoscere anche la sua fragilità e la condizione di una donna che non ha
avuto la possibilità di scegliere il proprio destino. Il mio intento era di restituirle dignità e, allo
stesso tempo, lanciare un messaggio alle donne di oggi: ricordarci quanto sia importante poter
essere libere e consapevoli delle nostre scelte, proprio perché a lei questa possibilità era stata
negata.

Alla SimonBart Gallery, come ha progettato l’allestimento delle opere per valorizzare
l’impatto emotivo e tattile sui visitatori?
Ero alle prese con la realizzazione delle opere e nello stesso tempo mi confrontavo costantemente con Simone Bertolini, titolare e direttore della Simon Bart, sulla loro
destinazione; sembrava che alcune fossero nate proprio per alcuni spazi specifici della galleria, il
processo è stato quasi naturale. L’allestimento è stato curato in collaborazione con Pantheon
Service, nostro partner per la mostra. Mi sono trovata benissimo, in piena sintonia con il loro
approccio. La mostra è stata quindi allestita secondo la direzione artistica di Simone, che è
riuscito a integrare le mie opere con l’intera installazione luminosa.

Durante Art City Bologna 2026, quale messaggio spera che il pubblico abbia
percepito visitando UNHUMAN?
Spero semplicemente che il pubblico, visitando la mostra, abbia provato un’emozione autentica. Spesso attraversiamo eventi culturali senza concederci il tempo di lasciarci realmente coinvolgere; il mio desiderio, invece, è quello di essere riuscita a suscitare una reazione emotiva
nei visitatori. Mi auguro che qualcuno, tornando a casa, abbia portato con sé il ricordo
dell’esperienza: una suggestione, una riflessione, o anche solo una sensazione positiva, capace di
accompagnarlo nel tempo. Per me, questa sarebbe la soddisfazione più grande.

Guardando oltre UNHUMAN, quali nuovi materiali, forme o ibridazioni immagina
per approfondire il concetto di “unhuman” nel suo lavoro?
Mi sento profondamente legata alla tradizione della scultura classica, che considero una base fondamentale del mio percorso artistico, ma allo stesso tempo guardo con grande attenzione a maestri come Rodin, capaci di interpretare il corpo in modo dinamico e vitale. Il mio lavoro nasce proprio da questo dialogo tra memoria e ricerca. La mia intenzione è continuare a sperimentare, sia dal punto di vista formale sia nella scelta dei materiali, per sviluppare ulteriormente il mio linguaggio e portare avanti una ricerca che rimanga aperta, in continua
evoluzione.

Donatella Luccarini