Il cibo degli dei
Il cioccolato arriva in Europa dopo la scoperta dell’America, portato dai conquistadores, in particolare da Cortez che lo aveva assaggiato presso la corte di Montezuma. Secondo una leggenda azteca il cioccolato era nato dal sangue di una principessa che non aveva voluto rivelare a feroci guerrieri dove si trovava il tesoro lasciatole in custodia dal marito. Presso i popoli mesoamericani il cioccolato liquido ed unito a peperoncino ed altre spezie era riservato ai guerrieri, ai nobili e ai condannati a morte ai quali dava forza prima di affrontare l’atroce fine a cui erano destinati. Forse anche Colombo nel suo ultimo viaggio venne a contatto con il “brodo indiano” ma non lo gradì.

Nell’Europa della controriforma l’arrivo del cioccolato suscitò un ampio dibattito anche tra gli ordini religiosi, pose la parola fine il Pontefice Pio V, dicendo che il cioccolato, allora solo in forma liquida, non interrompeva il digiuno. Pare fossero proprio i frati alla corte spagnola ad aggiungere lo zucchero al “brodo indiano”, rendendolo più gradito ai palati europei. Nelle corti il cioccolato si diffuse grazie ai matrimoni reali, tanto cari alla politica degli Asburgo: in particolare in Piemonte arrivò in seguito alle nozze di Catalina, infanta di Spagna e Carlo Emanuele di Savoia.


Nel 1615 Anna D’Austria introdusse la bevanda in Francia, portandolo in dote come regalo di nozze. Intorno al 1650 si inizia a servire anche in Inghilterra dove nascono le chocolate hauses e a Venezia, dove nelle botteghe del caffè si serviva anche il cioccolato. Grazie alla Rivoluzione Industriale, il cioccolato divenne meno costoso e arrivò a essere accessibile a tutti, non solo ai ricchi.

Prima della nascita del cioccolato, ovvero in forma solida come noi lo intendiamo, passano 2 secoli e solo con la rivoluzione industriale nacquero gli accostamenti con le nocciole a Torino e con il latte in Svizzera. Nel 1796 qui a Bologna nasce la prima fabbrica del cioccolato: la Maiani. Nel 1847 nacque la prima tavoletta di cioccolato grazie a Josef Fry (immagine qualche anno dopo a Torino fu inventata la pasta di Gianduia da Michele Prochet che verranno distribuiti durante il Carnevale, da qui il nome legato alla maschera piemontese.

Nel 1912, al termine della belle epoque, in Belgio furono preparate le prime pralline. Nel 1922 in Italia, grazie a Luisa Spagnoli, nacquero i Baci Perugina, all’inizio dovevano chiamarsi cazzotti, perché ricordavano le nocchie di una mano, ma il nome non era adatto a qualcosa di dolce e fu preferito il nome attuale. (immagine 11) Il Bacio Perugina doveva chiamarsi “Cazzotto” perché in origine aveva una forma che ricordava le nocche di una mano chiusa in un pugno.

Fu Luisa Spagnoli a inventare, nel 1922, quello che è diventato poi uno dei prodotti di punta dell’azienda assieme alle caramelle Rossana. La Spagnoli stava cercando un modo per recuperare gli scarti di lavorazione degli altri prodotti e creò questo cioccolatino con all’interno cioccolato gianduia, granella di nocciole e una nocciola intera, il tutto ricoperto di cioccolato fondente Luisa. “Come avrebbe potuto un cliente entrare in un negozio e chiedere, magari ad una graziosa venditrice, “Per favore, un cazzotto?” E’ l’intuizione di Giovanni Buitoni, giovane amministratore della Perugina (e amante della Spagnoli) che cambia il nome del dolcetto in un più romantico “Bacio”. Persino la sua forma viene modificata a ricordare, secondo alcuni, un piccolo seno. Ma la vera svolta nella storia dei “Baci” arriva grazie a Federico Seneca, pittore, grafico, pubblicitario e direttore artistico della Perugina negli anni Venti. Seneca inventa la coppia di amanti su sfondo blu, ispirandosi al celebre Bacio di Hayez.

Durante il periodo autarchico il cacao da sostituito da altri prodotti, in particolare le massaie venivano invitate a sostituire il cacao con altri prodotti dolcificanti. Al termine della guerra il cioccolato venne distribuito in abbondanza dalle truppe americane, come è ben documentato nel film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”. Infine i Ferrero Rocher, il cui nome si ispira alla grotta di Masibielle; infatti la loro forma interna ricorda quella di una grotta.
Marilena Lelli
